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Sergio Pini festeggia i suoi 90 anni

Ha festeggiato 90 anni il 9 gennaio 2026 e con l’altro Sergio (Carpanesi) è l’ultimo dei superstiti di quella leggendaria Fiorentina allenata da Fulvio Bernardini che dal 1955 al 1960 vinse uno scudetto (1956) e conquistò tre secondi posti (1957, ’58 e ’59) legando poi il suo nome al Mantova, il “piccolo Brasile” che in 4 stagioni dalla Serie D raggiunse l’Olimpo del calcio, per poi ricoprire per 25 anni il ruolo di vice allenatore del suo fraterno amico Gigi Simoni condividendo con il “Signore del calcio italiano” la gioia di sei delle sette promozioni in A e la conquista della Coppa Uefa con l’Inter di Moratti. Sergio Pini, per tutti “Milord” per quel modo elegante di vestire, senese di nascita, da quasi 70 anni abita nel capoluogo toscano, tifa Fiorentina, ma guarda distrattamente il calcio italiano: «Mi diverto soltanto a vedere il Manchester City. La Serie A mi annoia con la costruzione dal basso, lo stucchevole giropalla che m’invita a cambiare canale. In più la Viola fa pena. Spero che il campionato lo vinca l’Inter, che è stato il punto più alto della carriera di Simoni e per osmosi della mia. Dico la verità: non vedo bene nemmeno la Nazionale. Troppi stranieri e pochi talenti. Rischiamo di saltare il terzo Mondiale perché l’Irlanda del Nord non è da sottovalutare». Inizio nel calcio a 12 anni nei ragazzini del Siena come attaccante e a 15 al Club Italia Torrenieri, una squadra di paese vicino Siena che militava in Seconda categoria. Pini, come Simoni,

Aveva iniziato a giocare con il mito del Grande Torino e lui stravedeva per Ossola. Dopo due ottime stagioni condite da qualche gol, nell’estate del 1953 dopo un provino venne acquistato dalla Fiorentina per la cifra record di 800mila lire che andarono nelle casse della piccola società senese. “Appena arrivato mi diedero 10mila lire più vitto e alloggio e da quel giorno non ho più gravato sulla mia famiglia”. A Firenze l’incontro con l’amico di una vita: Gigi Simoni. “Lui arrivò nell’estate del 1956. Mi colpì subito per la sua maturità. Aveva 15 anni e mezzo, tre meno di me, ma aveva una maturità e una serietà sorprendente. Discreto, intelligente, affidabile e soprattutto dotato di una spiccata personalità. Per entrambi la Fiorentina è stata una palestra di vita anche se con quella maglia non siamo stati molto fortunati. Abbiamo debuttato nel 1957: lui in Coppa Italia con la Carbosarda e io in campionato il 19 maggio al Comunale contro l’Atalanta. Gigi alla vigilia del suo esordio in A con il Genoa si ferì a un piede mentre scavalcava un cancello e addio debutto. Io dopo un quarto d’ora di gioco con gli orobici salto di testa, cado male e il ginocchio si gira. Stagione finita”. Due anni dopo, Pini e Simoni, finirono al Mantova grazie a un’intuizione del diesse Italo Allodi. Vinsero il campionato di B e diventarono calciatori veri. “Gigi era un’ala destra veloce e imprevedibile e lo prese il Torino, io divenni difensore centrale e capitano dei biancorossi e ho disputato 147 partite in A”. Pini chiuse la carriera per uno scontro di gioco con il suo amico Simoni. “Passai al Vicenza e il 2 gennaio 1966 al Menti contro il Torino mi ruppi la gamba in un contrasto con Simoni. Ma fu colpa mia. Lui scattò sulla destra e per fermarlo da dietro gli agganciai la gamba sinistra con la mia che rimase sotto e si piegò. Gigi mi chiamò al telefono in ospedale per sincerarsi delle mie condizioni e a fine carriera sui banchi di Coverciano mi chiese di fargli da secondo nella prima esperienza di tecnico al Genoa dove i giocatori mi ribattezzarono “Pinone lo Sbirro” visto che avevo il compito di controllarli, ma ero anche una sorta di fratello maggiore. Al di là della sincera amicizia Simoni mi scelse per lo stesso credo calcistico e la disciplina sul lavoro”. Tanti i momenti felici vissuti insieme: dalla seconda promozione in A con il Pisa vincendo a Cremona e scavalcando i grigiorossi all’ultima giornata alla vittoria del Genoa nel torneo di serie B 1980-81 dove erano appena retrocesse per il calcioscommesse Milan e Lazio e sicuramente il trionfo in Coppa Uefa con l’Inter nel 1998 al Parco dei Principi con un perentorio 3-0 sulla Lazio. “L’amarezza più grande? Quel fallo da rigore non fischiato dall’arbitro su Ronaldo in Juve-Inter. Se ne parla ancora oggi a distanza di 27 anni. Non riuscii a fermare Gigi che entrò in campo pronunciando quel “Si vergogni” rimasto ai posteri. E io subii la stessa sorte per avergli detto “Si rende conto cosa sta combinando”. Anni dopo si è capito cosa era successo”. Simoni e Pini erano una coppia inossidabile. Il mago delle promozioni in serie A in allenamento si occupava di centrocampisti e attaccanti, il suo vice di difensori e portieri. Perché all’epoca non c’erano gli staff odierni composti da 7-8 persone. “All’inizio, quando i vice non potevano sedersi in panchina, andavo a visionare la squadra avversarie e il lunedì facevo la relazione indicando punti di forza e lati deboli. Con Gigi mai uno screzio. Certo, abbiamo avuto discussioni su quel giocatore o su quella marcatura. Io facevo le mie considerazioni, Simoni ascoltava e rifletteva. Qualche volta mi dava retta, altre decideva lui. Ognuno di noi rispettava il suo ruolo: lui il capo, io il vice. A inizio stagione mi chiamava e mi diceva quanto volevo guadagnare. Io stabilivo la cifra e l’accordo era già perfezionato sulla parola. Un unico rammarico: Gigi firmava solo contratti annuali. Se avesse fatto qualche biennale in più avrei potuto comprarmi qualche completo di pregio in più. Nel calcio, come nella vita, l’amicizia è merce rara. Dura un attimo. Io ho avuto fortuna: ho trovato Gigi Simoni. Oggi l’unico rammarico è di non poter festeggiare il compleanno insieme a lui».

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